02 · Area di intervento

Autostima, autocritica
e vergogna.

Sentirsi costantemente inadeguati, giudicarsi con una severità che non si userebbe mai con un'altra persona, leggere ogni errore come la prova del proprio scarso valore. Quella voce critica è nata per proteggerti. Ha smesso di farlo da tempo.

Per chiAdulti e giovani adulti
ModalitàStudio (Roma) e online
InterventoSostegno psicologico
FocusRappresentazioni di sé
Come si manifesta

«Non è che ho sbagliato.
Sono sbagliata.»

La bassa autostima raramente si presenta come tale. Si presenta come perfezionismo, come paura di sbagliare che paralizza, come difficoltà a dire di no, come bisogno di approvazione. Oppure come un confronto continuo con gli altri, sempre perdente, e una fatica enorme ad accettare un complimento o a riconoscersi un merito.

Sotto l'autocritica più dura c'è quasi sempre la vergogna: non il senso di colpa per qualcosa che si è fatto, ma la sensazione più profonda di essere, nel proprio insieme, inadeguati, difettosi, non degni. La vergogna spinge a nascondersi, a non chiedere aiuto, a non esporsi. E così, silenziosamente, restringe la vita.

Mi sono occupata di vergogna nella mia tesi di laurea magistrale, dedicata alla clinica della vergogna traumatica: è un tema che continua a orientare il mio modo di guardare all'autostima, perché spiega perché l'autocritica sia così resistente alle rassicurazioni razionali.

Come la leggo

L'autocritica non è esigenza.
È una strategia con una storia.

Nessuno nasce autocritico. Impariamo a giudicarci severamente in relazioni in cui il valore sembrava dipendere dalla prestazione, dall'essere bravi, dal non dare fastidio. In quel contesto, criticarsi per primi era una strategia intelligente: anticipare il giudizio degli altri, spingersi a fare meglio, evitare la vergogna di essere colti in fallo.

In una prospettiva evoluzionista, la vergogna e l'autocritica sono legate al sistema di rango: il meccanismo che regola la nostra posizione nel gruppo e ci segnala il rischio di perdere valore agli occhi degli altri. Quando questo sistema resta cronicamente attivo, viviamo ogni situazione come un esame.

Il problema è che la strategia si è automatizzata e ha smesso di funzionare: la ricerca mostra chiaramente che l'autocritica dura non migliora le prestazioni ma le peggiora, perché aumenta ansia, evitamento e procrastinazione. E impedisce di costruire quella sicurezza interna che permette di sbagliare, imparare e riprovare.

Il lavoro si concentra quindi sulla comprensione delle rappresentazioni di sé e dei processi che mantengono l'autosvalutazione: da dove viene quella voce, cosa teme, cosa sta cercando di evitare, e come costruire un modo diverso, più realistico e più gentile, di stare con sé.

Come lavoriamo

Un percorso in quattro movimenti.

01

Ascoltare la voce

Impariamo a riconoscere quando e come parla l'autocritica: le situazioni che la attivano, le parole che usa, le emozioni che lascia. Darle un contorno la rende meno onnipresente.

02

Capirne la storia

Esploriamo da dove viene e a cosa è servita. Non per colpevolizzare nessuno, ma per riconoscere che quel modo di trattarsi è stato appreso: e ciò che è appreso può essere rivisto.

03

Lavorare sulla vergogna

La vergogna si alimenta nel nascondimento e si scioglie nella relazione. I colloqui sono uno spazio in cui ciò di cui ci si vergogna può essere detto e guardato senza giudizio.

04

Costruire sicurezza

Sperimentiamo, dentro e fuori lo studio, un rapporto con sé più compassionevole e realistico: esporsi, chiedere, sbagliare e scoprire che si sopravvive. E che si può anche stare bene.

Cosa può cambiare

Da «devo essere all'altezza»
a «posso esserci».

Chi lavora su questi temi descrive di solito un cambiamento graduale ma profondo: una voce interna meno feroce, la capacità di sbagliare senza crollare, più facilità a esporsi e a chiedere, relazioni meno orientate a meritarsi l'affetto. Non si tratta di convincersi di essere bravi: si tratta di smettere di avere bisogno di dimostrarlo continuamente.

La vergogna dice: «nasconditi». Il lavoro psicologico risponde: «guardiamoci insieme».
Domande frequenti

Su autostima e vergogna.

Il senso di colpa riguarda ciò che abbiamo fatto («ho sbagliato»); la vergogna riguarda ciò che siamo («sono sbagliato»). La vergogna è un'emozione sociale che segnala il timore di perdere valore agli occhi degli altri, ed è spesso alla base dell'autocritica più dura.

Sì. L'autostima non è un tratto fisso ma il risultato di rappresentazioni di sé costruite nel tempo e mantenute da processi riconoscibili: autocritica, confronto, evitamento. Lavorando su questi processi l'immagine di sé può diventare più realistica e più gentile.

È il timore più frequente, ed è infondato: la ricerca mostra che l'autocritica dura non migliora le prestazioni, le peggiora, aumentando ansia ed evitamento. Un rapporto con sé più compassionevole sostiene la responsabilità e l'impegno, non li indebolisce.

È molto frequente, ed è coerente: la vergogna spinge proprio a nascondersi. Sappi che non devi arrivare con un discorso pronto né "meritarti" il colloquio. Puoi scrivermi anche solo che vorresti un primo incontro.

Aree collegate

Spesso l'autocritica viaggia con altro.

Quella voce si può
ascoltare in modo diverso.

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Basta
così.
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